Mi piacerebbe aiutare questa regione che preferisco chiamare Lucania e non Basilicata. Vorrei avviare un nuovo tipo di turismo, che unisca le bellezze dei luoghi alla loro storia, alla cultura e alla prelibatezze alimentari. (Francis Ford Coppola)

Vietri di Potenza si presenta cosi: con colore, calore umano, prelibatezze e una tradizione che resta solida, definita, viva in tutte le piccole cose. Tra le strade in salita, le piccole viuzze, la fontana dalla quale sgorga acqua fresca e limpida, la panchina contro la violenza sulle donne, i gradini dell’amore vi è una festa che da anni rappresenta il fiore all’occhiello di questo comune: TIPICA. Questa sagra dell’olio e delle specialità vietresi è un percorso enogastronomico ricco di bontà, tradizioni, canti, balli, curiosità e mestieri antichi. Un percorso che non si può spiegare ma che va vissuto, passo dopo passo, con chi lo realizza con dedizione, amore e voglia di stupire. Difatti, la particolarità di questa sagra è il suo essere quasi un percorso sensoriale. Si, perchè a Vietri di Potenza sembra che il mondo si sia fermato: niente frenesia, niente corse o ansia; solo tanta pace, tranquillità, gente affiatata, unita, collaborativa e cooperativa. 

Passeggiando con Claudio Buono, uno degli organizzatori, ho scoperto quanto amore ed impegno ci sia da parte di tutta la cittadinanza. Pensate, tra grandi e picconi, qui ci sono 2.905 abitanti circa pronti e desiderosi di fornire il loro contributo. Per tipica si metto da parte i litigi, le idee politiche divergenti e assieme, mano nella mano, si studia ogni minimo particolare e ci si impegna per realizzare un edizione nuova, coinvolgente, favolosa. 

Ogni  anno, per l’occasione, si conia la moneta vietrese, una banconota particolare ed unica. Sul fronte, un vietrese, riporta la forma della Basilicata e una veduta di Vietri di Potenza, mentre, sul retro pone in bella mostra il convento dei Frati Cappuccini (del 1652), unito a un luogo simbolo del comune che, di anno in anno, cambia e viene scelto da tutta la cittadinanza (quest’anno trionfavano i gradini dell’amore).

Se però, erroneamente, pensate che l’idea delle banconota sia l’unico effetto speciale vi stupirete nello scoprire che, per l’evento, viene creata una radio in filo diffusione, montati ben tre palchi all’interno del percorso e che , in ogni postazione, vi è musica dal vivo popolare e caratteristica. Inoltre, ad una certa ora, passa la banda che attraversa tutto il percorso portando allegria e ritmo. Un piccolo gregge accoglie i presenti, gli artigiani del posto espongono le loro superbe creazioni, i ragazzi realizzano delle insegne con i detti popolari che poi vengono affissi lungo i vicoli. Ogni singolo abitante offre il suo speciale, necessario ed indispensabile contributo. Le donne della città, la grande forza di questa sagra, si mettono all’opera di buon ora: impastano, sistemano, cucinano portando in tavola segreti e tradizioni. Niente ferma le nonne e le mamme che, nonostante il caldo, realizzano: struful, cavatiedd e parmariedd, cavzun c’ la mnestra e ciambottla, patete rosse… 

Vivere gli attimi della preparazione è un esperienza unica, praticamente vien voglia di mettere le mani in pasta, carpire i segreti, scoprire cosa rende tutto cosi buono. La patate rosse, per esempio, ho appreso che terminano la loro cottura all’interno di alcune ceste presentandosi, alla loro apertura, calde, fumanti e profumate.

Ovvio che questa è solo una parte di Tipica in quanto, il percorso, offre specialità dolci e salate realizzate dalle aziende locali e, tra le cose da non perdere, vi è lui: il caciocavallo impiccato posto su una fetta di pane abbrustolito e condito di tanta bontà. Il vino paesano qui inebria i cuori, ma è la musica lucana la vera anima della festa. Infatti, nella serata del 10 agosto, tra i vari musicisti all’opera vi era il re della musica popolare: Agostino Gerardi. La gente del posto mi ha detto “Vedrai, balleranno anche i tavoli e le gambe delle sedie”. Ed è stato proprio cosi, un unico grande respiro ha mosso all’unisono grandi e piccini scatenando l’euforia e la felicità di tutti.

Vivere Tipica vuol dire scoprire una terra e la sua storia. La curiosità che mi ha colpita riguarda la chiesa di San Giovanni, una piccola e stupenda chiesa gravemente danneggiata dal terremoto del 23 novembre del 1980. Qui, dopo 34 anni, tra sacrifici, sudore, aiuti ministeriali, contributo economico e lavorativo della popolazione; è tornata alla luce un pezzo di storia mostrandosi in tutta la sua bellezza. Ecco, iniziando il percorso e svoltando a destra, San Giovanni è la prima cosa che salta agli occhi e tutti, prima di accomodarsi e godere dell’arte culinaria dei vietresi, ammirano la sua rinascita.

Tipica, come vi ho narrato, ha un anima e questo suo essere, non solo gustosa, è palpabile nel sorriso degli anziani, nella gioia contagiosa dei bambini, nell’orgoglio dei giovani che preparano tutto con cura, attenzione e cuore. Ecco un’altra storia che mi ha commossa: l’ape appartenete al nonno recuperata, ristrutturata e trasformata, dal nipote, in un distributore di birra spillata. Questo veicolo dai colori allegri e pieno di fiori è noto come: la birra del Cavaliere, in onore di un nonno e di un cittadino che per sempre sarà protagonista di questa festa. 

Vi avevo avvisati, Tipica non si può raccontare bensì vivere perchè è il connubio più forte e bello tra passato e presente, tradizione e innovazione, tipicità e ricostruzione, sogni e solide realtà.

Dovremmo essere tutti un po’ vietresi, con la voglia di collaborare e rendere il nostro territorio una piccola isola felice.

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