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Mi chiamo Aron Hector Schmitz, in arte Italo Svevo, sono nato a Trieste, il 19 dicembre del 1861download, quando la città apparteneva ancora all’Impero asburgico. Non so se voi, giovani d’oggi, studiate ancora la storia ma se avete visto, almeno una volta nella vostra vita, il film dedicato alla bella Sissi (Elisabetta di Baviera) potete capire di quali anni particolari vi parlo. Sono il sesto di otto figli. Mio padre Franz era un commerciante di vetrami e come mia madre Allegra Moravia era di origine ebraica. Da fanciullo, tutti in famiglia, mi chiamavano Ettore. Ho studia in Germania dai 12 ai 17 anni e mi sono diplomato a Trieste presso l’istituto tecnico commerciale “Revoltella”. Durante il mio soggiorno a Würzburg, una di quelle cittadine con inverni molto rigidi ed estati pressoché inesistenti, ho scoperto la bellezza della letteratura e mi sono avvicinato a scrittori del calibro di Heine, Goethe, Schiller (credetemi, dovreste farlo anche voi invece di perdere tempo con app e social). Comunque, senza divagare troppo, cercherò di parlarvi di me. Tornato a Trieste pensai di passare le mie giornate nella biblioteca civica, un rifugio per me dolce ove immergere la mente tra i classici italiani e i narratori francesi dell’Ottocento. Scrivere per me è stata quasi una vocazione, un atto liberatorio, un modo per dar spazio ad un’altra parte del mio io che, durante il giorno, era soffocata da mille impegni e responsabilità. Difatti, le mie giornata erano completamente incentrate sul lavoro, prima vi fu l’impiego in banca dove lavoravo come corrispondente tedesco e francese grazie alla conoscenza delle lingue, questo mi salvò dal tracollo dovuto al fallimento dall’attività di mio padre. Poi, dopo esser convolato a nozze con Livia Veneziani, cugina diretta e figlia di un industriale, mi sono avventurato nel settore delle vernici lasciando alla scrittura un ruolo marginale e miracoloso. Oggi, chi scrive biografie parla di questo amore per la letteratura come qualcosa di primario, ma tengo a sottolineare che le passioni travolgono e spesso crescono nel tempo però non sono, per forza di cose, essenziali e al primo posto nella vita di un essere umano. I miei primi testi completati sono novelle e commedie composte come passatempo tra il 1880 e il 1890. In seguito, dopo riflessioni e studi, è arrivato l’amore per il teatro che mi ha permesso di diventare padre di: La Teoria del conte Alberto, Le ire di Giuliano, Prima del ballo, La verità. Nel 1890 sul “Indipendente” pubblico, a puntate e con lo pseudonimo di E. Samigli, la novella L’assassino di via Belpoggio. Nel 1892, a mie spese, esordisco grazie all’editore Vram con il mio primo romanzo intitolato “Una vita” (spero che da allora i tempi siano cambiati e che l’editoria abbia compiuto passi avanti riconoscendo i veri talenti emergenti).images Il libro, nel quale credevo molto, era incentrato sulla figura di Alfonso Nitti e sulla sua incapacità di adattarsi ai ritmi della vita borghese. Il romanzo, ritenuto da molti con un impianto di ascendenza naturalistica , sviluppava la figura dell’inetto che come sapete ha ampio respiro  nella letteratura decadente fra otto e novecento. Dal 1897, dopo il mio primo anniversario di nozze e a due anni di distanza dalla morte della mia amata madre, arrivò il mio secondo romanzo “Senilità”. Il racconto venne pubblicato a puntate, tra giugno e ottobre del 1898, sull’Indipendente e poi tramite Vram e mio autofinanziamento anche come volume rilegato. Però, come spesso accade nella vita, i sogni non coincidono con la realtà, pubblico e critica non comprendono la bellezza della mia opera e la snobbano. La colpa sembrò ricadere sulla figura di Emilio Brentani che, ancora una volta, veniva ritenuto un inetto qualsiasi legato in maniera quasi autobiografica all’autore, ciò io. L’anonimato, l’essere invisibile e il passare inosservato un po’ mi feriscono. Per l’Italia ero uno sconosciuto nulla di più normale nella sagra degli inetti  almeno sino a quando diventai un caso: il caso Svevo. Quello che cercava una spiegazione al perchè del mio essere snobbato e oscurato. Cosi, iniziò la diatriba, chi diceva che la colpa era dovuto alle mie radici, chi faceva appello alla mia antiletterarietà sintomatica espressione dello scrivere male imputata a più riprese, chi condannava il mio scrivere dilettantistico e non professionale. Ma la vera diversità era la mia religione, l’essere ebreo, e la mia attenzione verso la psicanalisi disconosciuta dalla nostra nazione che, spesso nel passato ma ancora oggi, è ancorata ad idee bigotte e poco propensa alla scoperta del nuovo. svevo1Cari amici, nella vita non bisogna mai arrendersi, mai gettare la spugna ma perseverare e continuare nonostante tutto e tutti. Fate tesoro del mio passato trascorso nella penombra e vi renderete conto come tutto può cambiare. Erano trascorsi 25 anni da quell’insuccesso e dopo tante stagioni arrivò lui “La coscienza di Zeno”. Intendiamoci in tutto quel lasso di tempo non sono mica rimasto immobile a lustrarmi le scarpe o giocare con la vernice. Io, in quei 25 anni, ho tradotto alcuni testi del grande Freud , ho scritto recensioni e composto testi teatrali. La coscienza di Zeno venne pubblicata il 1° maggio del 1923, all’inizio sul romanzo cala il silenzio ma io chiesi aiuto a Joyce che smosse le acque facendo scoprire questa storia antinaturalistica nella struttura . A Motta di Levanza, nel 1928, in seguito ad un incidente stradale, persi la vita lasciando incompiuta la mia quarta opera  ove narravo della vecchiaia, mio tema prediletto. Spesso la vita è beffarda e proprio quando le cose volgono per il verso giusto, proprio quando nell’universo tutto trova spazio e l’ordine ritorna, noi perdiamo la via di casa. “M’ostinai e asserii che la morte era la vera organizzatrice della vita” e “la vita volgare sa fare tante di quelle cose. Guai se i geni se ne accorgessero“. Venti giorni dopo la mia dipartita, la mia adorata consorte ricevette una lettera dal mio editore: Giuseppe Morreale. Lì, sul foglio bianco e con caratteri cubitali, appariva scritto <<Per UNA VITA, cambiamo il NITTI?>>. La domanda celava un velo di terrore, la paura che qualche camicia nera potesse scambiare quel Nitti come un omaggio a Francesco Saverio Nitti, economista e politico visto in malo modo dal fascio. La risposta ad opera di Antonio Fonda Savio, marito di mia figlia e uno dei protagonisti della resistenza triestina, fu secca a precisa << A me sembra non occorra cambiare il Nitti>>. Una vita che avrei voluto intitolare “L’inetto” era cugino diretto e vecchio di Senilità e di quel Zeno Cosini che conquistò l’Europa. “Questo romanzo non ottenne una sola parola di lode o di biasimo dalla nostra critica. Forse contribuì al suo insuccesso la veste alquanto dimessa in cui si presentò. Altrimenti sarebbe difficile da spiegare tanto silenzio dopochè il rodownload (1)manzo una vita da me pubblicato sei anni prima, e ch’era certamente inquinato da almeno altrettanti difetti, s’era saputo conquistare l’attenzione di parecchi critici, tra i quali Domenico Oliva che la espresse con parole abbastanza lusinghiere” . La vita non si può ricostruire con i se e con i ma, questo lo sapete voi e lo so bene anch’io, ma se non fossi morto proprio quando mi si riconosceva un merito forse avrei avuto la possibilità di ultimarlo quel “Il vecchione” che mi stava divertendo un mondo, se non mi avessero oscurato non ci sarebbero voluti fior di scrittoti e critici come James Joyce, Bobi Bazlen, Valery Larbaud, Benjamin Cremieux e Eugenio Montale, a convincermi che non ero solo un povero scribacchino di provincia e forse tutto sarebbe stato diverso.

L’unghiata di Antonella                                                                                             La riflessione che viene da porci è : davvero la malattia, il disagio, la nevrosi, possono rappresentare un punto di forza, una nuova occasione, un modo di essere intellettualmente diversi dagli altri? In un certo senso la malattia mentale, pur facendoci soffrire, ci fa sentire cose che da “sani” non sentiremmo, ci rende più sensibili, e più profondi?

svevo
Per scoprire la Coscienza di Zeno clicca qui e recati da Antonella del blog “Il tempo ritrovato

 

Immagini dal web
Wall finale a cura di Audrey

11 Comments on Fatterellando: Italo Svevo

  1. carlafamily
    6 Maggio 2015 at 19:39 (5 anni ago)

    Tu ed Antonella siete avvero particolare nella coordinazione dei vostri racconti. Complimenti davvero.
    Ciao

    Rispondi
    • atelierdufantastique
      8 Maggio 2015 at 20:26 (5 anni ago)

      Grazie!!!per noi questo è un grande complimento ;D

      Rispondi
  2. nella
    6 Maggio 2015 at 22:19 (5 anni ago)

    Penso di si mia cara, penso che forse in disagio, la malattia e spesso proprio la nevrosi stessa, stravolga il nostro modo di sentire facendolo diventare più pungente e più acuto?
    Tu non pensi possa essere così?
    Quante cose possono capitarci in certe mutazione durante il corso della vita e come le prederemmo!?In che modo? Con quali conseguenze?
    Dolce notte mia cara

    Rispondi
    • atelierdufantastique
      8 Maggio 2015 at 20:30 (5 anni ago)

      Si, io credo che lo star male, il disagio e la malattia in molti casi portino una maggiore sensibilità rendendoci speciali e diversi dagli altri…Infondo è stata anche la storia a dimostrarlo perchè molti grandi e molti geni era persone diverse.
      Posso capitarci tante cose e visto che ogni persona è diversa le conseguenze cambiano in base al soggetto
      Buona serata a presto
      Un abbraccio

      Rispondi
    • atelierdufantastique
      8 Maggio 2015 at 20:31 (5 anni ago)

      😉
      bacione e buon fine settimana cara

      Rispondi
  3. Daniela
    7 Maggio 2015 at 11:30 (5 anni ago)

    Svevo visto da un altra prospettiva, , Grazie!
    Tu ed Antonella vi comletate, complimenti.
    Un abbraccio ♥
    Dani

    Rispondi
    • atelierdufantastique
      8 Maggio 2015 at 20:32 (5 anni ago)

      prego!!!
      é bello leggere che il nostro lavoro vi piace e vi suscita interesse 😉
      Un abbraccio e buon fine settimana

      Rispondi
  4. Lilli
    7 Maggio 2015 at 18:27 (5 anni ago)

    Ciao Audrey, sono d’accordo, nella vita non bisogna mai arrendersi ma perseverare sempre, anche se a volte pare premdersi gioco di noi, proprio come è accaduto a lui nel momento in cuinè morto. E per rispondere ad Antonella, io dico di sì, la malattia trasforma e rende più intensi sentimenti ed emozioni. Un abbraccio grande a te e buona serata <3

    Rispondi
    • atelierdufantastique
      8 Maggio 2015 at 20:33 (5 anni ago)

      Ciao Lilli,
      si, è sempre stato il mio motto.
      Concordo con te, la malattia ci cambia e amplifica tutto.
      Un abbraccione e buona serata :* <3 <3

      Rispondi
  5. Jorja
    12 Maggio 2016 at 11:32 (4 anni ago)

    Whoa, whoa, get out the way with that good inofrmation.

    Rispondi

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